ricettazione

La prova dell’elemento soggettivo nel reato di ricettazione

| 29 Aprile 2013

La sentenza delTRIBUNALE MONZA, SEZIONE PENALE, del 15 gennaio 2013, n. 28 affronta l’interessante tematica della prova dell’elemento soggettivo nel reato di ricettazione.


Detta fattispecie incriminatrice richiede, per il suo perfezionamento, che l’agente, da un punto di vista psicologico, sia a conoscenza, quanto meno sotto il profilo del dolo eventuale, della provenienza illecita dei beni acquistati o comunque ricevuti.

Il fatto posto all’attenzione del Tribunale di Monza riguarda un’ipotesi di ricettazione di documenti, sottratti ad una ragazza nel corso di una serata in discoteca, e poi ritrovati in possesso dell’imputato il quale, fermato durante un controllo, non ne aveva saputo giustificare l’indebita detenzione.

Il Giudice, dopo aver accertato che il prevenuto dovesse rispondere di ricettazione e non di furto, in quanto nessun approfondimento era stato effettuato al fine di verificare se lo stesso fosse colui che si era impossessato del portafoglio della persona offesa, affronta il tema relativo alla prova della del dolo del reato di cui all’art. 648 c.p.

A tale proposito il Tribunale di Monza evidenzia come detta prova possa trarsi attraverso un duplice percorso.

In alcuni casi, infatti, è la natura stessa dei beni oggetto di ricettazione che fa desumere la consapevolezza in capo a chi li detiene della loro origine delittuosa.

Si pensi alle ipotesi di oggetti recanti segni di scasso.

In altri casi sono le stesse modalità di acquisizione a far protendere per la sussistenza dell’elemento soggettivo o, ancora, le condizioni personali del dante causa.

In un caso quale quello oggetto di esame, però, detti elementi non possono essere utili stante la particolare natura –documenti- dei beni dei quali il prevenuto era stato trovato in possesso.

In queste ipotesi, al fine di dimostrare la sussistenza del dolo di ricettazione occorre, secondo il Tribunale monzese, riferirsi al comportamento tenuto dall’imputato.

E’ possibile infatti trarre elementi di prova dal fatto che il prevenuto non sia stato in grado, o non abbia voluto, fornire indicazioni circa la provenienza della cosa posseduta ingiustificatamente.

Quando, quindi, al di là del dato obiettivo del possesso del bene di illecita provenienza, non si possano ricavare altri elementi di fatto da valutare o circostanze che possano consentire di risalire all’atteggiamento mentale del soggetto agente al momento dell’acquisizione del possesso della res, come prova dell’elemento soggettivo del reato di ricettazione può tenersi conto dell’omessa o non attendibile indicazione della provenienza del bene ricevuto, che è sicuramente rivelatrice della volontà di occultamento, logicamente spiegabile con un acquisto in mala fede.

Nel momento in cui, quindi, un soggetto viene trovato nel possesso ingiustificato di beni di provenienza delittuosa verrà ritenuto provato l’elemento soggettivo della ricettazione se il prevenuto non vuole o non può fornire giustificazioni in merito alla loro detenzione, in quanto tale mancata collaborazione viene considerato sintomo di mala fede.

Tale principio sposato dal Tribunale di Monza è stato ormai accolto in maniera pressochè unanime in giurisprudenza, specie di legittimità (si veda fra le altre Cass. Pen., 20/09/2007 n. 35176).

A parere di chi scrive tale orientamento andrebbe accolto con grande attenzione, in quanto rischia di determinare un’inversione dell’onere della prova a carica dell’accusato, contrastante con il principi cardine del giusto processo.

A tal proposito vale la pena di evidenziare un’interessante e recente sentenza della Corte D’Appello dell’Aquila (sentenza 17/1/2013 n. 174) la quale ha evidenziato che il principio sul quale si basa la sentenza del Tribunale di Monza non può trovare applicazione nel caso, per esempio, di ricettazione di telefoni cellulari e, quindi, di beni che costituiscono ordinariamente oggetto di compravendite e scambi fra privati.

In questo caso sottolinea la Corte il richiedere che sia l’imputato a dover giustificare il possesso di un bene ordinariamente oggetto di scambio fra privati implicherebbe un’inversione dell’onere della prova non consentito nel nostro ordinamento.

Leggi anche Ricettazione e contraffazione per chi commercia falsi L'elemento psicologico nella ricettazione ASSICURAZIONI: falsificazione materiale del contrassegno e ricettazione Ricettazione di autovetture e consapevolezza dell'illecita provenienza Non basta il sospetto a integrare il dolo eventuale della ricettazione Non c'è rapporto di specialità tra ricettazione e commercio di opere tutelate dal diritto d'autore

Dalle banche dati Lex24 e Guida al Diritto

Norme e Tributi

(07-02-2011, pag. 37 - La ricettazione non ammette lacune)

LEX24

Il Merito

(Numero OnLine del 09-11-2010 - L'elemento psicologico nella ricettazione)

LEX24

(20-01-2011 - Ricettazione e contraffazione per chi commercia falsi)

LEX24

(09-12-2010 - Riciclaggio e ricettazione: presupposti per la configurabilità delle fattispecie delittuose)

LEX24

(26-02-2008 - PENALE - Reati contro il patrimonio - Ricettazione - Assegno bancario - Incasso da parte di soggetto diverso)

LEX24